giancluca

TEATRO – È arrivato all’appuntamento ben vestito, come sempre, perché Gianluca Bazzoli ha gusto. Gusto per le cose buone, per le cose belle. Ex allievo del Centro Sperimentale di Cinematografia, con lui in classe molti tra i volti noti del cinema e della televisione come Valentina Lodovini, Alba Rohrwacher, Giulia Bevilacqua, Alessandro Roja. Il grande pubblico lo ha potuto conoscere nel ruolo di Brenta, un poliziotto del nord un po’ tonto e smaliziato, in due stagioni di Distretto di Polizia. Ma Gianluca Bazzoli non è né l’uno né l’altro. A guardarlo dal vivo ha ancora l’aria del ragazzo, nonostante i suoi trentacinque anni.  Ora fa teatro e lo fa da gran lavoratore. È reduce dalla tournée di “Servo per due”, commedia teatrale per la regia di Pierfrancesco Favino, rivisitazione inglese del “One man two Guvnors”, tratta da “Arlecchino, servo di due padroni” di Carlo Goldoni. Lo spettacolo, in giro per l’Italia già da due anni, è stato un grande successo. Gianluca interpreta più di un ruolo: recita, balla, canta, sempre con abiti diversi e tutto per  far da spalla a Favino, con la sua bella presenza scenica e la sua voce baritonale. È  il “ragazzo” del gruppo, dal gruppo amato e ben voluto, da tutti cercato nel momento del bisogno, perché chi lo conosce lo sa: Gianluca sa risolvere i problemi (se poi si tratta di problemi tecnologici, non è secondo a nessuno). E quando glielo si dice, sorride contento.
Cosa significa per lei essere un attore?
Io provo a fare l’artigiano.
Quindi un attore non è un artista?
No, è un artigiano che racconta storie. È un tramite tra la necessità dell’autore e il pubblico. Solo se si mette a servizio della storia che sta raccontando può diventare un artigiano delle parole. Ma non è facile essere a servizio del testo, talmente liberi da riuscire a farsi attraversare dalle parole. E in quanto lavoro artigianale, andrebbe fatto tutti i giorni. Troppi attori giustificano il loro comportamento dicendo “si ma io sono un artista”. Gli artisti, quelli veri sono pochi nel nostro Paese e soprattutto non sono loro ad affermare d’esserlo. L’artista vero non è auto-celebrativo. Non ne ha bisogno. Fare l’attore non è essere artisti, ma artigiani. Se poi ci si trova a sfiorare l’arte bisogna ritenersi fortunati di aver avuto l’opportunità di farlo. L’attore dovrebbe tutti i giorni allenare i propri mezzi per riuscire ad offrire, ogni volta che ne ha l’occasione, il massimo della sua preparazione, ma ci vuole molto tempo.
Che intende?
 È un proposito difficile da perseguire. Un attore ha bisogno di avere delle ferite per cominciare a raccontare delle storie, deve avere un vissuto.
Oltre a quello dell’attore, fa altri lavori?
Ne ho fatti tanti e devo dire che mi hanno aiutato a dare il giusto valore al lavoro. Troppi attori si lamentano del lavoro che fanno senza rendersi conto di come possa essere difficile la vita per la maggior parte della gente che ha un lavoro “comune”, spesso anche molto noioso.
Cos’è l’arte?
È un alchimia. E per arrivare a quell’alchimia bisogna lavorare sempre, anche senza ispirazione. Uno scrittore per dar vita un’opera d’arte deve aver scritto milioni di parole inutili prima. Le occasioni e i momenti di ispirazione arrivano, ma il più delle volte siamo noi a non essere pronti.
Come immagina il futuro di questo lavoro?
Bellissimo. Martin Scorsese ha scritto una lettera alla figlia che parlava del futuro del cinema, definendolo luminoso. Io, ripeto le sue parole. Sono convinto, dobbiamo essere convinti, che il nostro deve essere un futuro luminoso perché in realtà abbiamo più possibilità di una volta, più possibilità di studiare, di avere scambio di idee con gli altri esseri umani, in qualsiasi momento. La tecnologia ci aiuta in questo. Scorsese finisce la lettera dicendo: “non dimentichiamoci che le storie le fanno le persone”. Il punto è che prima di tutto noi dovremmo diventare delle grandi persone, per poter creare qualcosa.
È appena terminata la tournée di “Servo per due” per la regia di Pierfrancesco Favino e Paolo Sassanelli, che sappiamo essere stata un grande successo: come ci si sente a recitare davanti a tutte quelle persone, e a stare lì sul palco a ricevere la “ricompensa” dell’applauso?
Fortunati. È stata  una grande fortuna.
E cosa le è rimasto nel cuore di quest’avventura?
L’amicizia, le cene tra amici del dopo spettacolo, gli sguardi dietro le quinte tra noi, tra quelli che si erano trovati ad avere delle affinità.
Che rapporto ha con il regista e protagonista dello spettacolo, Pierfrancesco Favino?
Ottimo. Pierfrancesco per me è un maestro, ma non solo per quanto riguarda la recitazione. Pierfrancesco è un esempio anche per quanto riguarda il rispetto che ha per il suo lavoro.
Come vede il suo futuro? Pensa che un giorno la ritroveremo a raccontare storie invece di interpretarle?
Mah, chissà…
(foto dal web)
di Bianca Melas