L’INCHIESTA – Per arrivare in Australia Ahmed ha rischiato la vita. «Dopo aver raggiunto con mezzi di fortuna l’Indonesia – racconta il giovane – ci siamo imbarcati su un peschereccio che a stento reggeva le maree oceaniche. La barca ha rischiato di capovolgersi e ci hanno ordinato di gettare tutto in mare». Giunto sulla terra ferma, Ahmed è stato condotto a Christmas Island. E lì è iniziato l’incubo. di Jacopo Di Bonito 

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«Non chiedetemi come mi chiamo ne da quale città vengo, perché non posso dirvelo». Esordisce così, il 28enne afghano Ahmed (nome di fantasia, ndr), quando gli chiediamo di raccontarci il suo viaggio verso l’Australia. Lo fa perché, come molti altri suo connazionali, è arrivato nel “nuovo mondo” su una barca di fortuna, come clandestino, per scappare dalla guerra e dalle bombe. «L’Australia da tempo sembra non riconoscere più il “rifugio politico” non tutelando i rifugiati politici e questo ci induce alla falsa identità».
Per arrivare in Australia Ahmed ha più volte rischiato la vita.«Dopo aver raggiunto con mezzi di fortuna l’Indonesia, ci siamo imbarcati su un peschereccio che a stento reggeva le maree oceaniche. La barca ha rischiato di capovolgersi e ci hanno ordinato di gettare in mare tutto quello che avevamo. Siamo arrivati in Australia senza più nulla».
Una volta toccato terra la situazione non migliora. «Siamo approdati a Christmas Island (un’isola a sud dell’Indonesia controllata dal governo australiano, ndr) e lì ho visto l’inferno: prigioni a cielo aperto con reti che circondano i campi, guardie a vista, bagni inesistenti, liquami ovunque e cibo spesso avariato». Il racconto di Ahmed, se confermato, avrebbe del clamoroso.« Il trattamento – continua l’afghano –  è uguale per tutti, bambini compresi. Ci dissero che eravamo sull’isola per  essere “regolarizzati”, ovviamente questo non vuol dire permesso di soggiorno, ma ben altro, ci hanno tolto i documenti e schedati per tenerci sotto controllo».
Esaurito il tempo di permanenza sull’isola, Ahmed è finalmente arrivato sul continente ed anche lì le cose sono apparse subito ostili. «Sono anni oramai che attendo il permesso di soggiorno senza il quale non posso lavorare. Lo Stato mi dà un sussidio, ma faccio fatica anche solo a pagare l’affitto di casa e mangiare».
Nonostante queste difficoltà, ogni anno migliaia di clandestini arrivano sulle coste australiane mentre altrettanti loro connazionali, stremati, chiedono di andare via. Proprio come Ahmed, che su questo argomento è un fiume in piena. «Non mi fanno lasciare il Paese finché non avrò restituito all’Australia tutti i soldi che il governo ha speso per me. Per poter tornare a casa dovrei ridare al governo i soldi che questo ha speso per me da quando sono arrivato, ed il governo si è giustificato così: “non vi abbiamo detto noi di venire”».
La politica d’immigrazione australiana è finita più volte nell’occhio del ciclone. La legge  l’Immigration Act del 1958, prevede l’obbligo di allontanare tutti quelli a cui non viene dato lo status di rifugiato politico o che hanno un visto scaduto, inclusi i bambini. Tutti vengono o respinti in mare o trasferiti in vari centri per l’immigrazione.
Lo scorso dicembre il parlamento ha approvato una modifica che include la reintroduzione di visti temporanei per i rifugiati. Una legge che consentirà ai rifugiati di vivere e lavorare in Australia per un periodo di tempo limitato, compreso tra i tre e i cinque anni, negandogli definitivamente ogni protezione permanente. Una decisione che ha mandato su tutte le furie le opposizioni. «Sono sconvolta – ha urlato in Parlamento la senatrice dei Verdi Sarah Hanson-Young – e lo è tutto il popolo australiano».
Racconti come quello di Ahmed stridono con l’immagine che l’Australia ha voluto dare di sé nel mondo. La democrazia del nuovo continente, da molti presa come modello, scricchiola maledettamente sotto i colpi di chi, scappando dalla guerra, ha chiesto aiuto all’Australia ricevendo in cambio solo tanta indifferenza. «Voglio andare via, tornare a casa. Preferisco essere libero sotto le bombe, che prigioniero qui».
(foto dal web)