IL VIAGGIO – Negli ultimi anni una nuova meta sembra attirare i nostri connazionali, un “Nuovo Mondo” non ancora del tutto esplorato: l’Australia. Cosa spinge chi il passo più difficile l’ha già fatto ed è all’estero da due anni, inserito nelle dinamiche sociali di un Paese straniero, a voler lasciare tutto per raggiungere l’Australia? Lo abbiamo chiesto a Ludovico, 26 anni, di Napoli, perito meccanico. di Valerio Papadia

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“Italiani, un popolo di santi, poeti, navigatori, artisti, colonizzatori e trasmigratori”. È questa la frase, impressa a caratteri cubitali sulla facciata del Palazzo della Civiltà Italiana a Roma, che si usa comunemente per definirci o, molto più spesso, retoricamente, per autodefinirci. Frase veritiera e quanto mai attuale soprattutto per quanto concerne la trasmigrazione.
Negli ultimi anni una nuova meta sembra attirare i nostri connazionali, un “Nuovo Mondo” non ancora del tutto esplorato: l’Australia. In tanti decidono di lasciare l’Italia in cerca di nuove opportunità.
Cosa spinge invece chi il passo più difficile l’ha già fatto ed è all’estero da due anni, inserito nelle dinamiche sociali di un Paese straniero, a voler lasciare tutto per raggiungere l’Australia? Lo abbiamo chiesto a Ludovico, 26 anni, di Napoli, perito meccanico.
«Avevo vinto il concorso come agente di polizia – spiega – ma tardava a cominciare. Nel frattempo la mia fidanzata, che non riusciva a trovare lavoro, si  è messa in contatto con una zia, in Canada da un anno, e siamo partiti con la quasi certezza di trovare presto lavoro».
Ed infatti il lavoro non sembra essere un problema. Ludovico parte per Montreal con un visto “Working Holiday” della durata di sei mesi e dopo qualche settimana già lavora come pizzaiolo in uno dei più rinomati ristoranti italiani della città. Allo scadere dei sei mesi, e quindi del visto, le cose sembrano migliorare ulteriormente: il ristorante per cui lavora decide di “sponsorizzarlo”, facendogli da garante con il Governo ed offrendogli un permesso di lavoro esclusivo, ovvero valido solo presso quel datore.
Ed allora perché mollare tutto? Perché abbandonare tutte le rosee prospettive canadesi? La risposta, pur tenendo conto delle regolamentazioni sull’immigrazione, ci fa venire in mente il nostro Paese.
«Dipendere così strettamente dal tuo datore di lavoro non è una cosa positiva. Se da un lato mi hanno offerto lo sponsor, dall’altro possono revocarlo in qualsiasi momento, e allora a volte si è costretti ad ingoiare più di un rospo. E poi, dopo oltre un anno, il permesso di lavoro vero e proprio non è ancora arrivato e, quando arriveranno tutti i documenti, dovrò lavorare ancora 12 mesi continuativamente prima di poter richiedere la residenza».
A queste difficoltà si legano anche problematiche climatiche. «A Montreal l’inverno dura sette mesi, e le temperature oscillano tra i 35 e i 20 gradi sotto lo zero. L’Australia la immagino ancora un po’ selvaggia, con un clima temperato, una natura rigogliosa e con un ritmo non troppo frenetico. E poi, mi manca il mare».
Non ci resta che sperare che davvero l’Australia sia come la vede Ludovico. Per lui e per le migliaia di nostri connazionali che ne stanno facendo teatro di un vero e proprio fenomeno migratorio. Non ci resta che sperare che l’Australia mantenga le premesse e le promesse ma, forse, bisognerebbe soltanto sperare di uscire di casa e trovarla lì l’Australia. Su quest’ultimo punto, però, Ludovico non lascia aperto nessuno spiraglio.
«Quando sei immerso per così tanto tempo in una realtà talmente differente dalla nostra, non puoi più sopportare certe contraddizioni, il tuo modo di vederle cambia radicalmente. All’estero, se hanno quattro pietre, ci costruiscono dei musei intorno, ci fanno venire turisti; noi, con tutto quello che abbiamo, preferiamo costruire discariche abusive. All’Italia penso con affetto – conclude il giovane – ma mi fa troppa rabbia».
(foto dal web)