L’INCHIESTA – Roberto Di Feliceantonio, 49 anni, clochard da venti, con un passato come esperto di elettrotecnica alla SWISS AIR, grazie al suo pc portatile, regalo di un amico, e ad una connessione internet wifi non protetta, ogni giorno scrive e denuncia sul suo blog le difficoltà di vita dei clochard. E lo fa vivendo in strada. di Federico Facello

2014 08-01-47

Ha perso il lavoro, è stato abbandonato da tutto e tutti ma non ha smarrito la voglia di combattere, di resistere e lottare. Nel mondo dei blogger ce n’è uno al quanto atipico che informa, fotografa, scrive, denuncia e lo fa vivendo in strada. Roberto Di Feliceantonio è un clochard, un uomo che nonostante le difficoltà non si è arreso e che, sputato fuori dalla società “perbene”, ci è rientrato senza chiedere permesso. Senza bussare, accendendo un computer e denunciando quella parte di Italia che, in molti, non vogliono vedere.

Grazie al suo pc portatile, regalo di un amico, e a una connessione internet wifi non protetta, Roberto ha avuto la brillante idea di creare e gestire un proprio blog “Vivere da Senza Fissa Dimora”.

«Ritrovarsi a vivere in strada non è molto difficile – ci confida Roberto – ed a volte ci sono alcune situazioni che ti conducono a diventare un clochard. La mia infanzia e la mia adolescenza l’ho vissuta in Svizzera, conseguendo un diploma come perito elettrotecnico, che mi ha permesso anche di lavorare per la Swiss Air». Da quel momento però la sfortuna gli si è accanita contro. «Con la morte di entrambi i miei genitori ho deciso di tornare a vivere in Italia, nella mia città natale, Roma. Ma a causa di un investimento sbagliato, nel giro di poco tempo, mi sono ritrovato a vivere in strada».

E quando anche i pochi parenti, gli amici più stretti e la fidanzata gli hanno voltato le spalle, Roberto ha deciso affrontare le avversità quotidiane da solo, allontanandosi dalla società della quale, fino al giorno prima, faceva parte. Si è rimboccato le maniche ed ha iniziato a lottare, di nuovo.

«L’idea del blog – afferma –  è nata per aprire una finestra sul  “nostro” mondo». Gli studi del passato, almeno questa volta, hanno fatto la differenza. «Avendo capacità e esperienza nel settore tecnologico sono riuscito a procurarmi energia elettrica, a trovare una connessione wifi non protetta ed ho pensato di impiegare gran parte del mio tempo libero che, per chi vive in strada è tanto, informando e denunciando».

Nonostante la combattività, per Roberto come per migliaia di clochard, le difficoltà sono ovviamente innumerevoli. Ogni giorno si lotta per la sopravvivenza, dovendo fronteggiare il freddo in inverno, il caldo eccessivo d’estate, cercando di trovare il modo di alimentarsi e, soprattutto, di ritagliarsi uno spazio dove vivere al riparo da atti vandalici che, in casi molto rari ma purtroppo esistenti, mettono a serio rischio la vita di centinaia di clochard.

«Tornare alla vita di prima risulta quasi impossibile», spiega il blogger romano. «Io ad esempio, venuto a conoscenza che la mia ex ragazza era in dolce attesa e che sarei diventato padre, ci ho provato ancora una volta. Ho cercato di inserirmi nuovamente nel mondo del lavoro ma, in poco tempo, mi sono reso conto che non ero più convinto di tornare a far parte di una società con cui non avevo più nulla da condividere e dalla quale ero stato emarginato con troppa facilità».

Con un computer ed una connessione ad internet, Roberto non si è più fermato. Ed oltre al blog ha creato un gruppo su Facebook “Vita da strada” che conta ad oggi oltre 624 membri. Un gruppo chiuso dove possono entrare a farne parte soltanto gli operatori delle associazioni di volontariato, i cittadini da sempre vicini ai clochard ed ovviamente i clochard stessi. Lo scopo è chiaro: raccontarsi a vicenda le esperienze e scambiarsi informazioni utili per la sopravvivenza quotidiana nel duro mondo della strada.

Grazie al suo blog, Roberto, è però riuscito a mantenere un rapporto a distanza con la sua ex fidanzata che, nel frattempo, l’aveva reso padre. Con il suo profilo Facebook ha seguito la crescita del proprio bambino ed oggi, a distanza di 19 lunghi anni, si appresta ad incontrarlo e a conoscerlo per la prima volta.

Ascoltando Roberto, per migliorare la vita dei clochard sembra esserci una sola ricetta. In un articolo pubblicato sul suo blog, il romano la spiega così: « Il problema maggiore che ho riscontrato, al di là dell’assistenza praticamente inesistente, è  stato sicuramente trovare una base da cui partire, che in concreto vuol dire un rifugio dove poter sistemare materialmente e mentalmente quel che rimane della propria esistenza. Alla luce di questo – conclude Roberto –  proporrei di fare in modo di dare a tutti la possibilità di una base e/o rifugio, che porta con sé la riqualificazione di una dignità di se stesso ormai svanita».

Seguendo il ragionamento del blogger romano, un primo grande passo per aiutare i clochard sarebbe quello di rendere agibili e pronti all’uso i tanti, troppi, edifici pubblici e privati che versano in stato di abbandono nella nostra penisola. Possibili case ed abitazioni che invece, troppo spesso, vengono abbandonati e lasciati marcire per colpa di Enti Pubblici e Società Immobiliari che curano, tristemente, solo i propri interessi.