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Ruben Rigillo è un uomo alto. Alto per statura, per bontà d’animo, per rettitudine. Un uomo di quelli che ce ne sono pochi di uomini così. E lo si evince dal modo che ha di muovere le mani mentre parla, dalla cadenza misurata della sua voce che viene diretta dal diaframma. Pare abbia imparato a parlare così da bambino. È figlio d’arte Ruben, suo padre Mariano Rigillo calca da decenni i palcoscenici dei teatri italiani. Ruben veniva allattato dalla madre, Maira, nei camerini di quei teatri. Il figlio del re diventa principe per successione, nasce a Palazzo e quella è la realtà nella quale cresce. Così per Ruben diventare attore è stata una bella conseguenza dell’essere figlio di suo padre. E da lui, oltre all’eleganza, ha ereditato anche il talento.
Hai mai pensato di dirigere la tua vita verso altre mete?
Sempre. Tranne ora, da quando ho una famiglia. L’unico motivo per cui tornerei indietro è per fare il musicista. Comunque no, io non tornerei mai indietro per cambiare le cose. È già abbastanza sufficiente farle una volta. 
Quando ha incontrato la musica?
Sono cresciuto con Beethoven e i Beatles perché mia madre ascoltava questa musica. Ho iniziato a suonare il piano a 6 anni. Ma, siccome sono un pigro maledetto, non mi sono mai concentrato su quello che facevo. Ho iniziato con il piano, per poi passare al piano jazz, alla tromba, al flauto traverso, alle percussioni. Datemi uno strumento e ve lo suonerò. Male, ma lo suonerò. L’unico diploma che ho è quello di solfeggio del conservatorio. 
E il suo sogno di bambino?
Mi ricordo che chiesi a mia madre “Mamma ma uno deve fare per forza un mestiere che gli piace o deve fare un mestiere che gli permetta di avere i soldi per fare ciò che gli piace?”. Perché in questo secondo caso, io avrei voluto fare un lavoro che mi permettesse di comprare una barca a vela per girare il mondo. Ero un bambino felice. Questo mia madre me lo ricorda spesso.
E che rapporto ha con sua madre?
Eccezionale. 
E con suo padre? Non c’è competizione tra di voi?
No. È mio padre, una figura che sta più avanti di me, per il fatto che è mio padre. Può essere un obiettivo da raggiungere. Io poi non sono uno competitivo in generale. Mai stato e forse non sempre è un bene, perché spesso la competizione ti dà la spinta per raggiungere delle mete. L’unico campo in cui posso pensare d’essere stato ambizioso e competitivo è il campo dei sentimenti. 
Sappiamo che è una stagione fortunata per lei questa?
Sto provando il quinto spettacolo da Gennaio ad ora (nel frattempo il suo telefono squilla e la suoneria è “le grotte di Fingal” da un’opera di Grieg). Si tratta de “La bottega del caffè” di Goldoni, per la regia di Maurizio Scaparro, che debutta a Napoli l’8 Giugno al Mercadante, per poi spostarsi (dal 16 al 21) al Piccolo di Milano. Solo in autunno arriverà a Roma all’Argentina dopo essere passato per Firenze (alla Pergola).
L’ultimo spettacolo nel quale era uno dei protagonisti è stato “Ritorno al presente”…
Si, campioni d’incasso al Teatro Golden. Eravamo cinque attori tutti protagonisti in effetti. Il regista, Augusto Fornari, lo conosco da anni ma non avevo mai lavorato con lui. È una stata una grande scoperta, sia umanamente che professionalmente. Ma questo riguarda tutti i membri della compagnia, Elena (Di Cioccio), Luca (Angeletti) e Nicolas (Vaporidis). Il gruppo che si è venuto a creare non riguarda solo la scena, e accade raramente di instaurare un rapporto extralavorativo e soprattutto duraturo. Pare che ci siamo riusciti.
E la televisione?
Il 31 Agosto inizio le riprese della seconda serie de “La pallottola nel cuore” con Gigi Proietti. Io interpreto il figlio di Proietti.
Che rapporto ha con lui?
Gigi è straordinario. Divertente, generoso, per niente primo attore. È uno che ti dà i consigli perché vuole vederti al meglio. Non si preoccupa solo di se stesso, si preoccupa del progetto e lo fa con simpatia. È generoso e per un attore esserlo non è sempre facile.
Ha una bambina giusto?
Si, una bambina di tre anni. Il senso della vita. Non c’è altro senso. 
Qual è il suo rapporto con la morte?
Sereno. Da quando sono padre ci penso più spesso.
Ha degli hobby?
Eh, avere degli hobby è fondamentale. Lo dico sempre, soprattutto ai giovani attori. Trovatevi un hobby, perché vivere solo di questo mestiere può essere massacrante. Meglio avere una passione alla quale dedicarsi a prescindere dal mestiere. La vita non è fatta solo di una cosa, non si può dedicare la vita ad una cosa sola. Da una parte fare un mestiere che è anche una passione è un vantaggio, dall’altra quando non si riesce a farlo come si vorrebbe, ci si può sentire persi. È frustrante. 
Quindi per lei quello che fa, è più una passione o un mestiere?
Prima di tutto è un lavoro ma fortunatamente è un lavoro che mi piace.  
Quindi possiamo tornare agli hobby. Quali sono?
La musica, la lettura, i soldatini di piombo, i war games. Giocare alla guerra. 
Giocare alla guerra? Quindi si sente un po’ cavaliere? 
Magari. Se fossi vissuto fino a duecento anni fa, avrei sicuramente cercato di intraprendere quella carriera. Nei princìpi cerco di esserlo. Cerco di darmi delle regole di vita che vadano in quella direzione. 
È una donna fortunata la sua?
Io sono fortunato ad averla trovata.
Speranze per il futuro?
Essere felice senza troppe pretese. Fare quello che mi piace, riuscire a farlo. Fare in modo che le persone a cui voglio bene lo siano. E che mia figlia nella sua vita faccia una cosa che le piace e che piace anche a me. A cosa si appassionerà? Che libri leggerà? Che musica ascolterà? Che film guarderà? Dove andrà e perché? 
di Bianca Melas