LO SCRITTORE – Sandor Màrai, nato nel 1900 a Kassa (al tempo città ungherese ora slovena) e morto nel 1989, è lo scrittore della nostalgia, delle occasioni perdute, di ciò che sarebbe potuto essere e, in questo senso, è uno degli esponenti più significativi della sua epoca e soprattutto della sua Ungheria. di Bianca Melas
image

Gli appassionati di Letteratura sanno chi è Sandor Màrai, o almeno sanno che esiste un libro intitolato Le braci. Il suo libro più famoso.
Quante domande si sarebbero potute porre ad uno scrittore come Màrai e, forse, è possibile immaginare che quando si senta la necessità di porre una domanda ad uno scrittore che non è più di questa terra, sarebbe bene segnare la domanda su un foglio, prima di cominciare a leggere le sue opere; quasi sempre la risposta arriva, lì, tra le righe di una storia. Soprattutto con Màrai, scrittore e giornalista, che ha dovuto aspettare perché il suo stile fosse riconosciuto nel mondo.
Leggendo i suoi libri ci si sorprende a trovare risposte a questioni che su cui riflettiamo da tempo e, addirittura, risposte a domande che non conoscevamo o che ci facevano paura.
Sandor Màrai, nato nel 1900 a Kassa (al tempo città ungherese ora slovena) e morto nel 1989, è lo scrittore della nostalgia, delle occasioni perdute, di ciò che sarebbe potuto essere e, in questo senso, è uno degli esponenti più significativi della sua epoca e soprattutto della sua Ungheria, Paese dalla difficile personalità, combattuto tra il calore e la forza dei sentimenti e la difficoltà di manifestarli.
I protagonisti dei suoi romanzi sono uomini e donne solitari, che per un breve attimo della loro vita, hanno sfiorato la possibilità della comunione delle anime, l’ebbrezza di percepire se stessi accanto alla persona del destino. Poco importa se la vicinanza sia alimentata da un sentimento d’amore o d’amicizia, per Màrai sono entrambi fondamentali e per questo da lui trattati con estrema profondità.
“Non ebbero bisogno di stringere patti di amicizia come fanno di solito i ragazzi della loro età, che indulgono con passionalità enfatica a rituali ridicoli e solenni, nella forma incosapevole e grottesca in cui il desiderio si manifesta tra gli uomini quando decide per la prima volta di strappare il corpo e l’anima di un’altra persona al resto del mondo per possederla in maniera esclusiva. Il senso dell’amore e dell’amicizia è tutto qui. La loro amicizia era seria e silenziosa come tutti i grandi sentimenti destinati a durare una vita intera.” (Le braci pg. 37)
Ma, le possibilità di vivere il ricongiungimento di un’anima con un’altra, sono sempre perdute. Il distacco produce in ogni caso dolore, un sentimento altrettanto vivo e fondamentale e da Màrai per questo maneggiato con la stessa cura, la stessa profondità. La risposta che probabilmente lui ci darebbe è nella sua vita, piena di separazioni. Màrai infatti, ha dovuto fare i conti con un esilio e con la perdita della moglie e del figlio, entrambi morti prima di lui. Nei libri di questo malinconico scrittore ungherese, sembra quasi ci sia il presentimento del dolore che avrebbe provato e al quale lui stesso, decise di porre fine, togliendosi la vita all’età di 89 anni.
Ma, in questo quadro, che potrebbe allontanare il lettore dall’idea di affrontare un libro di Màrai, c’è anche il risvolto della medaglia, ovvero una generosa dose di meraviglia e bellezza, di sentimenti estremi, irrinunciabili, quel genere di sentimento che, nonostante le pene, è una fortuna aver il coraggio di provare.
“(…)Le persone si stuzzicano e si scambiano carezze a letto, si raccontano un mare di bugie, fingono languori, egoisticamente rubano all’altro ciò che più conviene loro, e forse si degnano di gettargli qualche scarto della loro gioia e non sanno che tutto questo non ha niente a che vedere con la passione… Non è un caso che nella storia dell’umanità le grandi coppie di amanti siano circondate dalla stessa aura di rispetto e venerazione degli eroi che, con supremo coraggio, e senza che nessuno li costringesse a farlo, hanno rischiato la pelle in qualche impresa grandiosa e disperata (…) Amare significa conoscere appieno la gioia e poi morire. Ma milioni e milioni di persone sperano soltanto in un po’ d’aiuto, si aspettano dai loro innamorati rimedi caritatetovli, un briciolo di tenerezza, di pazienza, di indulgenza, qualche moina… E non sanno che quel che ottengono così è insignificante, e che bisogna sapersi donare, in maniera incondizionata, perché il senso del gioco consiste in questo.” (La donna giusta, pg 238/239)
 I suoi libri sono una guida per arrivare a conoscere le sfumature dell’animo umano e, se si dovessero nutrire dei dubbi sulle strade da prendere, tra queste pagine si possono trovare molte delle risposte che gli animi più sensibili tendono a porsi lungo la vita.
A partire da Le braci, e seguendo con Divorzio a Buda, Il Gabbiano, La donna giusta, Il sangue di San Gennaro, Liberazione, I ribelli… con una particolare attenzione per La recita di Bolzano, ovvero il punto di vista dello scrittore sulla vera storia di Casanova: un uomo che aveva mille donne ma che ne avrebbe amata solo una, l’unica che lui stesso decise di salvare dalle sue braccia, tale era la consapevolezza che aveva di sé stesso.
Potremmo anche suggerire che questo scrittore si occupi dei limiti nei quali l’essere umano decide di chiudersi, per carattere, per volontà, per mancanza di coraggio. Gli esseri umani perdono l’occasione della gioia perché non sono in grado di trattenerla o, peggio ancora, perché non l’hanno riconosciuta.
Scritti nella maggior parte dei casi in forma di monologo, i suoi personaggi sono quasi sempre alla fine della loro vita, momento nel quale confessano a se stessi o ad un altro personaggio (che il più delle volte rappresenta la punta del triangolo amoroso), l’inganno che la vita ha teso loro, loro che cechi ora, solo ora che è troppo tardi, riescono a vedere che quello che hanno perso, altro non era che il senso della loro esistenza. Le passioni, nei quali i personaggi di Màrai si riconoscono, sono inevitabili, assolute, appuntamenti con il destino che ci fanno supporre che la vita, alla fine, si riveli negli incontri.
Così, il tempo è una strada misteriosa che ci porta ad incrociare le vite di altri, o per meglio dire, di quelli:
“Come le persone appartenenti allo stesso gruppo sanguigno sono le uniche che possano donare il loro sangue a chi è vittima di un incidente, così anche un’anima può soccorrerne un’altra, solo se non è diversa da questa, se la sua concezione del mondo è la stessa, se tra loro esiste una parentela spirituale.” (Le braci).

 

(Foto dal web)