CRONACA – Trentasette turisti europei barbaramente uccisi sulla spiaggia di Sousse a colpi di kalashnikov. Altre 24 persone hanno perso la vita nell’attacco terroristico al museo del Bardo di Tunisi. Viene spontaneo chiedersi: perché sempre la Tunisia? Cosa c’è dietro a questo Paese, dietro a questa “donna” con la minigonna e con il velo, sospesa sull’orlo di un precipizio, con le braccia in avanti protese verso l’Occidente e le gambe fortemente ancorate alla tradizione islamica? di Greta Crestani

 

Bandiera pezzo tunisia
“La settimana prossima andiamo in Tunisia, lì ci sono dei resort bellissimi, è economica e sta crescendo turisticamente”. Devono avere pensato la stessa cosa anche i 37 turisti europei vittime della strage di Sousse, fino alla mattina stessa in cui si sono recati in quella maledetta spiaggia e dalla quale non hanno fatto più ritorno. Barbaramente uccisi da un terrorista che ha nascosto il kalashnikow sotto l’ombrellone e che, in nome di una religione che viene spesso male interpretata, anziché giocare a beach volley ha ben pensato di sparare sui bagnanti colpendo, guarda caso, perlopiù occidentali.
Ma perché in Tunisia? Cosa c’è dietro a questo paese, a questa donna con la minigonna e con il velo, sospesa sull’orlo di un precipizio, con le braccia in avanti protese verso l’occidente e le gambe fortemente ancorate alla tradizione islamica?
 Per provare a fare un po’ di chiarezza su questa vicenda bisogna partire dalla Primavera Araba, scoppiata proprio in Tunisia. Tra l’ottobre e il dicembre del 2011 un’ondata di rivolte e di violenze si è scatenata nelle strade di molte città tunisine, una reazione delle masse contro il regime fortemente autoritario dello storico presidente Ben Ali, al potere da più di 20 anni. La gente protestava per  la libertà di espressione, di stampa, contro un governo sempre più indifferente alle problematiche del paese e contro una società fortemente clientelare.
Nonostante le migliaia di morti che si contarono, dal punto di vista occidentale, la rivoluzione ebbe esito positivo. Cadde il “regime” di Ben Alì e fu instaurato un governo provvisorio in attesa delle elezioni dell’ottobre 2012. «Gli osservatori occidentali tirarono un sospiro di sollievo. Se era questa l’ondata islamista in ascesa in Tunisia e, come si sarebbe visto nei mesi successivi, anche in altri paesi come l’Egitto, dopotutto poteva essere accettabile e compatibile con un nuovo regime democratico. All’interno del paese, però, molti non riuscivano a condividere il respiro di sollievo dell’Occidente». Queste le parole di Eugenio Dacrema, autore del reportage “La Tunisia alla ricerca di se stessa”. 
L’esito delle elezioni vide infatti trionfare il partito Ennahdha, che mira alla fratellanza di tutti i popoli di matrice islamica ma, nello stesso tempo spinge ad una legittimazione del potere in piena democrazia ed è aperto ad un confronto con i partiti laici. Per vincere le elezioni si è alleato infatti con il Congresso della Repubblica e il Forum Democratico per il lavoro e la libertà, entrambi laici.
A tutt’oggi, nonostante l’alleanza tra Ennahdha ed i due partiti sembri funzionare, con esiti positivi sulla crescita turistica, economica e sulle relazioni internazionali, il partito di maggioranza non si è mai schierato apertamente contro il fondamentalismo islamico, avendo, secondo molti tunisini, più volte tentato tra le righe di difenderlo.
Dice ancora Lacrema: «molti tunisini laici non riescono a scindere Ennahdha dai movimenti più estremisti. I suoi leader hanno cercato in più riprese di spiegare l’assoluta estraneità e incompatibilità della loro ideologia rispetto alla violenza e l’intolleranza religiosa, ma agli occhi della Tunisia laica continuano a pagare l’atteggiamento ambiguo di quei giorni. Anzi, per molti intellettuali laici esso non è altro che la prova della contiguità ideologica tra il pensiero dei Fratelli Musulmani (il movimento internazionale a cui tradizionalmente si rifà Ennahdha) e i movimenti salafafiti-jihadisti».
E poi c’è il terzo incomodo: l’estremismo islamico, quello vero, quello degli attentati al museo e in spiaggia. Per esso la Tunisia è la “puttana” che si è venduta all’Occidente, quella che fa uscire le donne senza velo, le fa entrare nei locali e serve loro cocktail, quella che “Djerba e Sousse sono città di perdizione più di Las Vegas”. L’odio dell’Isis, prima di riversarsi contro gli occidentali, si riversa contro quelli che sono considerati traditori della loro stessa religione.
E in più il pericolo non viene solo dagli stati vicini, il pericolo più grande per il formarsi di movimenti terroristici è proprio dentro ai quartieri più poveri delle città e nei paesini dove la tradizione islamica viene spesso confusa con l’adesione al terrorismo. Succede un po’ come nei quartieri di Napoli con la camorra. I movimenti terroristici sono ricchi e, in nome di un messaggio religioso coscientemente travisato, promettono ai giovani un avvenire che nella realtà è educazione alla violenza.
Sono stati tre anni di transizione per il nuovo governo della Tunisia risvegliato di soprassalto, come da un sogno, dagli atti terroristici: adesso ha le sue leggi di democrazia ma deve pensare alla sua effettiva identità. Deve dare al suo popolo risposte e risorse. Deve capire bene le radici del problema di una religione che, a differenza di tutte le altre, non è mai stata né riformata né rivista teologicamente e che spesso si dimostra non è al passo con i tempi. Una Tunisia che deve intervenire sui ceti più poveri, colmare le lacune di informazione subite dal paese  per 20 anni. Deve poi non essere lasciata sola perché, con la sua idea di democrazia, e con quello che in 3 anni è riuscita a costruire, può veramente diventare il ponte “sicuro” fra mondo islamico e occidente. Una Tunisia che deve capire chi è ed avere coraggio delle proprie scelte.  Per storpiare una frase di Massimo d’Azeglio “Fatta la Tunisia ora si devono fare i Tunisini”.
(foto dal web)