Mi casa es tu casa, uscito il 23 Ottobre per la casa discografica torinese INRI, è il nuovo disco dei Viva Lion. Dopo il suo ep di esordio The green dot ep, Daniele Cardinale (autore, compositore, voce e chitarra) incontra il polistrumentista Marco Lo Forti (basso, batteria, chitarra, cori) e, Viva Lion, che aveva la connotazione di un solo project, diventa un gruppo a tutti gli effetti… così nasce Mi casa es tu casa  che, oltre ad essere un disco, è una filosofia, una filosofia che riguarda un vero e proprio atteggiamento nei confronti della musica: quest’ultima si fa esperienza, non solo nell’atto del comporre, suonare o ascoltare un brano, ma nell’occasione che essa offre per creare condivisione. Come in passato, anche per questa intervista, abbiamo usato come pretesto una cena. Tutto quello che leggerete è stato raccontato tra una polpetta e un bicchiere di vino, servitori generosi di sincerità.

Cover-Definitiva-digitale-MCETC-1440

Perché Mi casa es tu casa?

Daniele: L’accoglienza di chi ci ospita è la stessa accoglienza che noi offriamo suonando.

Quindi la musica è la vostra casa?

Daniele: La Nostra musica è la nostra casa. La musica in generale no, perché è una cosa molto grande, astratta. Non tutta la musica è accoglienza. Fare musica non è soltanto suonare in un ambiente confortevole. Ci sono molti aspetti della musica che si allontanano dal concetto di casa. Quando giro da solo, la cosa che mi piace di più è l’accoglienza dei promoter, del locale, della gente. E’ una questione umana.

Marco: L’accoglienza, intesa sempre come un’idea più trasversale è anche nelle cose poco accoglienti: la parte del viaggiare, del fermarsi all’autogrill, del parlare con persone che ti fanno domande… anche questo fa parte dell’accoglienza. Ma quando entri nel professionismo, entri in un aspetto sociale e burocratico che purtroppo si allontana dal quello che pensiamo di essa.

D: Mi casa es tu casa è spagnolo, non è inglese, eppure si usa in tutto il mondo. Usare Mi casa es tu casa, è usare un modo di dire fruibile in quasi tutto il mondo. E’ una sintesi. Il mondo è casa nostra. Mi casa es tu casa è essere invitato a giocare ad una partita di calcio ad Anaheim (California), con i messicani e dopo il primo goal essere chiamato Pablo Rossi.

M: La musica è come un bel pranzo insieme. Una mangiata in compagnia.

Perché avete inciso questo disco insieme?

M: Perché la vita ci ha portati vicini, ci conoscevamo come musicisti e c’era stima reciproca. Nonostante le nostre differenze.

D: Siamo molto diversi. Viva Lion ha assunto le sembianze anche di Marco, in maniera del tutto naturale.

M: E questo perché per Daniele Mi casa es tu casa è un principio fondamentale. Quando sono entrato, sono stato accolto come un familiare. Mi ha dato le sue chiavi di casa. Ovviamente così il progetto ha assunto un aspetto che riguarda anche me.

In Hope in the hill, verso la fine, in un assolo di chitarra, si sente chiaramente una voce che si scansa dalla sonorità generale del brano.

M: Quell’assolo, l’assolo di chitarra elettrica, riguarda me. E’ stato un po’ come una liberazione. (Le corde sono state suonate da Marco con un accendino).

D: Marco è entrato in casa e mi ha cagato nel salotto (non scriverla questa).

C’è un pezzo al quale siete particolarmente legati?

D: Christmas came early this year. Per me è un testamento. La parte strumentale risale a 11 anni fa. E’ una sintesi di cosa sia Viva Lion, ne spiega il significato.

M: Non è un brano. E’ un non pezzo, ed è stato cambiato tante volte. Avevamo deciso di aggiungere delle chitarre, ma provando abbiamo deciso che una sola chitarra con tanto eco, era la cosa che funzionava meglio. Daniele ha avuto questa intuizione di usare il sermone sulla storia del profeta Daniele.

D: Sermone pronunciato il 10/10/10. Il messaggio è in controtendenza rispetto ad un Occidente in cui imperversa l’edonismo. Noi abbiamo adottato questo atteggiamento: riconoscere le difficoltà ed accoglierle.

M: Monsters&co. Fai amicizia con i tuoi mostri. Non rinnegarli.

Quindi Mi casa es tu casa riguarda anche questo?

D: Si, io che sono tuo amico, vengo a casa tua per aiutarti nel momento del bisogno.

E la musica è il vostro strumento nel mondo?

M: Uno dei tanti. La musica è un incidente divertente.

Marco ti rivedi nella filosofia Viva lion?

M: Certamente si, altrimenti l’avrei trattata come la storia di una notte, invece ho continuato a vederla, come si fa con le persone che ti interessano davvero.

Quindi il vostro rapporto è esclusivo?

M: Il disco è stata una festa. Anche in fase di registrazione, nell’allestimento del progetto, c’è la stessa mentalità di fondo. L’ospitalità. Questo atteggiamento è proprio della musica o così dovrebbe essere.

Nel disco non ci sono elementi che hanno un nome e un cognome, ci sono delle idee che hanno un nome e un cognome.

E previsto un nuovo musicista? 

D: Nessuno in particolare ma c’è la volontà di allestire il live andando oltre il disco, quindi

con più strumenti. Il nostro è un progetto aperto a persone fidate.

Questo disco è modulabile, può essere suonato in due o in più musicisti.

Parliamo del futuro. Come vedete Viva Lion tra dieci anni?

D: La mia battaglia culturale è che la professione del musicista venga vista alla stregua di altre professioni. Spero di raggiungere questo.

M: Come nella copertina del disco.

D: Si, come nella copertina del disco, ma tra un po’ più di dieci anni spero.

Se non aveste fatto i musicisti che cosa avreste fatto?

M: Io sono affascinato dalle immagini, avrei probabilmente fatto un lavoro che avesse a che fare con le immagini. O il falegname, mi piace lavorare il legno.

D: Forse lo scrittore.

Daniele ci racconta che aveva smesso di fumare ma, visto che “mi casa es tu casa”, e che durante il video (girato i primi di Ottobre sul lago di Como e presto in uscita) lo hanno fatto fumare parecchio, difatto ha ricominciato… almeno per ora con le sigarette degli altri, ma si sa, si ricomincia sempre così.

Parliamo delle canzoni.

D: Bienvenido en mi casa, la prima, apre la porta di casa Viva Lion.

E come nasce Castles?

D: L’ho scritta di getto, testo e musica. Parla di uccisori, peccatori, bambini da salvare, castelli costruiti su crimini, è un attimo di realismo che non è necessariamente disfattista, è una presa di coscienza di un tempo perso, che può coincidere con una lezione imparata. E’ una canzone seria, associata appositamente ad  un ritmo dal mood folk country, per dimostrare che non è una canzone disfattista.

Come sarà il prossimo disco?

D: Sicuramente più deciso rispetto al genere.

Dopo una pausa di riflessione, Marco aggiunge…

M: Il motivo per cui facciamo musica, è lasciare una traccia. In tutti c’è una forte pulsione al godimento immediato ma, per quanto mi riguarda, suonare porta il desiderio di lasciare un segno, perché nella vita si tende a lasciare un segno dove si passa. C’è modo e modo, certo. Tutto quello che ha fatto mio padre, tutto il tempo dedicato al suo lavoro, riguarderà noi, la sua famiglia, lo lascerà qui. Il suo bisogno di sentirsi vivo, creare spazi per la famiglia, è per lui una beatitudine immediata, ma ha un fine nascosto: lasciare una traccia, fare per essere ricordato. Non voglio essere dimenticato: la religione è dare un senso alle persone, una promessa che ti porta a vivere con passione la tua vita. Il passaggio della vita terrena è per me lasciare qualcosa. E’ la ragione del distinguersi, dell’ambizione. Non è solo gioia immediata. Ognuno di noi vuole sentirsi parte di qualcosa di importante: é il nostro biglietto per il paradiso. L’artista che non ha avuto fortuna in vita ma viene scoperto postumo, ha raggiunto il suo fine, il vero fine, quello di lasciare un segno. La cosa fondamentale è scrivere, fare, dire qualcosa che abbia un senso. Vivere la fortuna del momento è come vivere il palco, la sua eccitazione, è diverso dal vivere quello che tutti noi ricerchiamo, l’essere ricordati, lasciare qualcosa ai posteri. Va oltre il discorso del successo. Suonare è un’esperienza, e questa esperienza può cambiare. Suonare è godere di un  bene terreno, ma questo è un bene perché coincide con la necessità di dare traccia di noi.

D: Quando abbiamo suonato  sui palchi “grandi”, (quelli dei The Fratellis, Xavier Rudd, Stereophonics) non avevo eccitazione, avevo la pace di stare al mio posto. Tutti quelli che non sono contenti del lavoro che fanno, non lo sono perché non sono al loro posto. La pace per me, è la mia persona in quel posto.

In  Christmas came early this year, durante il sermone di Daniele, la voce narrante dice: “Because peace is not about a place, it is about a person”… Ovunque si trovi la pace per voi, stando al proprio posto o nella consapevolezza di aver lasciato una traccia, in questo disco la freschezza della musica si poggia su due personalità differenti, che convergono nel punto dal quale nasce la filosofia dell’accoglienza, della tenacia, del sentirsi a proprio agio, della rivalsa. Possiamo paragonare questi due musicisti alle corde di una chitarra, separate dalla nascita e ora pizzicate insieme da mani sapienti. Mi casa es tu casa è come un campo, nel quale sono stati gettati diversi semi (quelli del rock, del folk, del country, del gospel), che aspettano di crescere, aiutati dall’ascolto del pubblico e da quello che Daniele Cardinale, Marco Lo Forti e i vari ospiti che li accompagneranno, riusciranno a fare durante i live. Ecco, possiamo dire che questo disco ha tutte le caratteristiche del genitore ideale per i dischi che verranno. Siamo sicuri, che i più tra voi, riusciranno a trovare in questo album qualcosa che li riguardi, tra una parola, un arrangiamento, un basso e un acuto, nonostante sia evocativo di grandi spazii (o forse proprio per questo), troverete qualcosa che vi farà sentire a casa.

di Bianca Melas