Venerdì 2 ottobre Amos Gitai è stato ospite a Napoli in occasione delle rassegne “Napoli Film Festival” e “Venezia a Napoli” presentando il suo ultimo lavoro portato al Festival del cinema di Venezia il mese scorso. In sala anche Ghezzi che ha raccomandato la massima attenzione durante la visione: “Il Medioriente genera mitologie”. di Claudia D’Angelo

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Yatzhik Rabin, primo ministro di Israele e premio Nobel per la pace nel 1994, la notte del 4 novembre 1995 subito dopo il comizio in difesa della pace a Tel Aviv fu assassinato da un estremista ebreo. È storia recente, e Amos Gitai la riporta in vita proprio in questo importante e terribile momento storico in cui il fondamentalismo ha così tanto spazio nella cronaca.
Il film è una ricostruzione degli eventi attraverso gli atti giudiziari e le indagini sulla sua morte, per capire come sia potuto accadere che un ragazzo qualunque si fosse trovato in un’area sterile e come abbia potuto sparare senza trovare alcuna resistenza. Vengono interrogati i poliziotti, la sicurezza, i servizi segreti, l’autista, la guardia del corpo, i pacifisti, vengono svelate dichiarazioni ostili di rabbini e di psicologhe deviate. L’eccessiva lunghezza del film è giustificata dalla volontà di far luce su quanto successo, quanto quello di Gitai non sia un processo alle intenzioni ma ai fatti che sono le intenzioni.
Perché Ygal Amir, l’assassino, non è stato fermato dalla sicurezza? Era già sul posto, era davanti all’auto del primo ministro prima ancora che questi uscisse. “Ero andato lì per vedere cosa accadeva” confessa Amir ridendo, “Potevo anche non ucciderlo, ho caricato la pistola e quando sono arrivato nessuno mi ha fermato. Ero così vicino a lui da poterlo toccare. Nessuno mi ha fermato”. Si giustifica, Amir, perché ha operato “per il bene del popolo di Israele”, doveva “annientare colui che andava contro, il corrotto”: Rabin.
Ma su Amir Gitai si concentra molto poco, lui scava sempre più a fondo, va alle basi, nei sotterranei, e mostra il popolo che lo abita: l’odio. Con orrore veniamo a conoscenza della “maledizione” che rabbini assai influenti indirizzarono alla volta di Rabin, dell’incitamento alla violenza da parte dei gruppi politici di estrema destra che sedevano in parlamento con lui, dei cartelli che rappresentavano Rabin vestito con la divisa della Gestapo mostrati dai manifestanti, il paragone che una psicologa fa della personalità del primo ministro israeliano con quella di Hitler. “Rabin è morto perché si permette a chiunque di professare odio ed esercitare violenza contro i palestinesi” dice a metà film un’investigatrice sul caso. “Questo cosa c’entra?” gli chiede di rimando un membro della Commissione Shamgar, ma trova la risposta lui stesso, e dal suo pianto la intuiamo anche noi: perché le idee uccidono.
(foto dal web)