Il tran tran quotidiano e un marasma di emozioni scandiscono i tempi di vita forsennati di un giovane napoletano che lavora in un call-center “per avere qualche soldo in tasca”, ma che sogna di sfondare come critico letterario. L’ultimo romanzo dello scrittore-libraio Davide D’Urso, che rispecchia un’intera generazione che combatte la realtà per realizzare le proprie ambizioni, continua ad entusiasmare la critica ed affascinare i lettori durante le numerose presentazioni presso scuole, librerie e circoli letterari. di Marina Ranucci

Davide D'Urso

Continua a riscuotere successo l’ultimo romanzo di Davide D’Urso, scrittore-libraio napoletano, dal titolo Tra le macerie edito da Gaffi nel 2014 e da poco andato in ristampa. La storia di Marco, 30 anni, dottore in legge che lavora in un call-center mentre sogna di diventare critico letterario, è l’emblema di una generazione che si batte per realizzare le proprie ambizioni. Il protagonista rispecchia l’intera cordata di giovani che oggigiorno si fionda su qualsiasi lavoro retribuito per sopravvivere, mentre si arrampica verso ciò che davvero desidera.

«La critica mi ha accolto favorevolmente e questo mi ha permesso di farmi conoscere ben oltre il mio raggio d’azione abituale. – rivela l’autore Davide D’Urso – Gli articoli di critici del calibro di Filippo La Porta, che mi ha anche presentato presso la libreria Minimum fax di Trastevere, oltre a Massimo Onofri e Francesco Durante, sono stati una bella iniezione d’entusiasmo. E poi, l’affetto dei lettori ha fatto il resto».

E non solo. A fare da vero e proprio traino per i lettori, è soprattutto la storia narrata. Il protagonista del romanzo, viaggiando sulla metafora “esisti solo se vendi”, cerca di sfondare nelle proprie relazioni personali e lavorative nell’intento di ricevere approvazione per il suo saggio sul libro di Goffredo Parise “L’odore del sangue”. Con un elemento in più. La presenza dello scrittore Raffaele La Capria che, nel dipanarsi della vicenda, finirà per risultare decisivo. «Questo trentenne un po’ spaesato – spiega D’Urso – ma deciso, malgrado gli ostacoli, ad affermarsi, o più semplicemente, a non tradire la sua vera, genuina inclinazione – continua – devo dire che ha conquistato i lettori, specialmente i più giovani. Mentre quelli più maturi, sono stati invece sedotti dal linguaggio del romanzo, o dalla presenza di personaggi reali come La Capria o, ancora, dalla riflessione intorno al genere letterario del giallo, che ad un certo punto del romanzo esplode».

«Quello che in qualche modo il romanzo intende denunciare – sottolinea D’Urso – è la mancanza di condivisione. Sembriamo un po’ tutti concentrati sulle nostre vite, dimenticandoci spesso di far parte di una comunità, è questo in fondo il vero precariato. Il precariato lavorativo è solo un lato del problema. E il modo di porsi del pubblico durante le presentazioni in qualche misura me lo ha confermato».

L’autore precisa che, anche le presentazioni del romanzo, tenutesi in svariate librerie, scuole e circoli letterari, si sono rivelate molto diverse a seconda del pubblico che vi partecipava. «Il discorso prendeva una piega più orientata intorno all’analisi del Reale, quando c’erano i ragazzi – commenta Davide D’Urso – mentre quando la maggioranza dei lettori era di età avanzata, allora si finiva per parlare di critica letteraria. E tutto questo è stato interessante, ed in fondo anche una lezione per me».

Per quanto riguarda i relatori, di là di qualche nome di spicco come lo stesso La Porta, ma anche Nando Vitali, D’Urso ha preferito evitare di circondarsi di scrittori o giornalisti nelle sue presentazioni. «Si finisce sempre per parlare troppo di sé – ha rilevato – e alla fin fine per autocelebrarsi; mentre la cosa più interessante è dialogare con il pubblico. Perciò ho spesso presentato il romanzo fuori dalle librerie, e mi sono fatto introdurre dai lettori invece che dagli addetti ai lavori».

Nonostante il successo e la ristampa di Tra le macerie, l’autore ha svelato che “ha resistito” alla tentazione di lavorare al seguito del romanzo. «Mi sono buttato a capofitto in un libro forse più complicato del precedente, soprattutto perché non è un romanzo. Affronterà un percorso narrativo diverso, ibrido. Su un tema che m’interessa molto: quello del confronto tra le generazioni».

«Mio padre, per esempio – questo, per il momento, il titolo che anticipa D’Urso – compie un’operazione più audace, da questo punto di vista; direi, definitiva. L’io narrante è uno scrittore che si rende conto di aver compiuto il percorso più scontato che ci possa essere; un piccolo borghese che nel corso della sua giovinezza, dei suoi anni di formazione universitaria, ha consolidato quelle che credeva fossero idee, certezze, e invece si sono rivelate nient’altro che cliché».

E continua: «il suo immaginario è costellato di luoghi comuni, figli di un’ideologia all’acqua di rose sciorinata a piene mani ai tempi dell’università e che ora, a quarant’anni, rivelano tutta la loro pochezza. Fino a capire che quel pezzo d’Italia, di Italietta, per così dire, che ha imparato a snobbare negli anni gli appartiene; gli appartiene enormemente, dal momento che si sta parlando di suo padre (e alla fin fine di sé)».

«E suo padre non è così com’è stato dipinto finora – aggiunge D’Urso – quell’Italia piccolo borghese, traffichina e arruffona, aggressiva e un po’ cialtrona è molto diversa da come è stata raccontata; per lo meno, non è solo questo. Forse perché è stata descritta da chi a quell’Italietta non si è mai sentito di appartenere e perciò ne ha tratteggiato un ritratto impietoso; severo al punto da trasformarlo nel capro espiatorio di tutti i mali. E se a raccontarla, a questo punto, fosse uno di loro? Cosa ne verrebbe fuori? – conclude – Ecco, questa è l’idea; gli anni ’70, ’80 e ‘90 del Paese raccontati attraverso la vita del Padre, un piccolo borghese, un provinciale del Sud».

Lettori, critici letterari e sicuramente anche i giornalisti, non aspettano che leggere e commentare il prossimo lavoro dello scrittore-libraio napoletano, cui auspichiamo lo stesso successo di Tra le macerie.

(Foto di Davide D’Urso)