di Greta Crestani. Patrimonio culturale italiano e per certi aspetti molto attuali, incarnano vizi e virtù dell’italiano medio e derivano da una popolare forma di teatro diffusasi poi in tutta Europa.

commedia arteA differenza di quanto si pensi, le maschere tradizionali delle città italiane non sono maschere di Carnevale ma sono state associate ad esso solo in un secondo momento, in un periodo molto più recente.

Esse nascono, con i nomi con le quali le conosciamo, verso la metà del 1600 ma i loro caratteri iniziano a svilupparsi circa cent’anni prima con la nascita della cosiddetta Commedia all’Improvviso. A quell’epoca il teatro inteso come lo intendiamo noi oggi, cioè come edificio pubblico dove si fanno spettacoli e dove compagnie di attori lavorano e creano, non esisteva. Esistevano però delle compagnie itineranti, erano composte da una decina di persone e viaggiavano di città in città esibendosi talvolta nelle piazze e talvolta nelle corti rinascimentali. Le commedie rappresentate trattavano argomenti molto leggeri ed erano recitate a braccio, cioè gli attori sapevano la storia ma le battute erano improvvisate. Ciò che invece era molto rigido e ben definito era il carattere dei vari personaggi, c’era sempre un servo scaltro e astuto che aiutava i due giovani innamorati a portare avanti la loro storia, c’era poi un vecchio ricco e brontolone, spesso molto tirchio che si opponeva alla loro relazione, c’era spesso un saccente (medico o avvocato) che veniva schernito e così via.

Queste compagnie itineranti divennero molto popolari sia in Italia che in Europa e le storie, che avevano ormai sostituito il più colto e triste dramma pastorale avevano sempre un gran successo di pubblico. Ciò spinse quindi i commedianti a dare dei nomi propri ai personaggi ed addirittura a modificarli a seconda delle città visitate mettendo così alla berlina non solo i difetti comuni a tutto il genere umano ma anche quelle caratteristiche regionali tipiche di una determinata zona geografica.

Nel ‘700 Goldoni assieme ad altri studiosi teorizzò le regole della Commedia che si chiamò Commedia dell’arte.

Il fatto che la maggior parte delle pièces venisse messa in scena proprio durante il periodo di Carnevale, assieme all’usanza millenaria di mascherarsi in questo periodo dell’anno, hanno fatto sì che questi veri e propri caratteri del teatro popolare divenissero il simbolo classico del Carnevale italiano.

Le Maschere della Commedia giunte fino a noi sono davvero tantissime, sarebbe impossibile elencarle tutte. Tuttavia cerchiamo almeno di fare un po’ di ordine.In virtù di quanto spiegato sopra, molte maschere cittadine sono servi: Meneghino a Milano è il servo della domenica (domeneghino) il factotum che sostituiva tutta la servitù nel giorno di festa.

Brighella è l’attaccabrighe di Bergamo che oltre al servo fa un’infinità di attività lecite ed illecite, Peppe Nappa, siciliano è pigro, beffardo e goloso. Pulcinella è stata la prima maschera della Commedia dell’arte ad avere un nome, è un servitore irriverente, intelligentissimo, incarna vizi e virtù della sua città. E’ l’antieroe per eccellenza e talvolta è anche misterioso e malinconico.

Un discorso particolare merita Arlecchino le cui origini sono davvero molto discusse. C’è chi sostiene sia nato a Bergamo per poi trasferirsi a Venezia e sposare Colombina la cameriera gentile e schietta ma l’etimologia del suo nome è tedesca e pare voglia dire Halle Konig, re dell’inferno. Prima della versione di Carlo Goldoni (Arlecchino servitore di due padroni) che lo libera dalla sua fama, Arlecchino è l’incarnazione di tutti i mali, le nefandezze e le oscurità dell’animo umano. Tant’è che la sua maschera, nera in volto, evoca secondo molti il ghigno del demonio. Vi sono poi molti personaggi tipici delle città italiane che si distaccano dal personaggio del servo.

Pantalone: E’ la maschera tipica di Venezia, il suo nome pare derivi da Pianta Leoni, alludendo all’usanza della Serenissima Repubblica di porre un leone alato nella piazza di ogni città conquistata. Il suo carattere è quello di un vecchio burbero e brontolone, che non si adegua alla modernità e che è arroccato sulle sue posizioni. Inoltre è molto avaro. La sua maschera vuole mettere in rilievo i vizi e le pochezze dei patrizi della città.

Balanzone: Detto anche Graziano o il “dottore” è la maschera tipica di Bologna. Il suo nome vuol dire grande bilancia cioè quella che serve per pesarlo. Il suo peso richiama infatti la nota buona cucina primipiattiera della città emiliana mentre le sue caratteristiche di saccente mettono in ridicolo l’attitudine dei Bolognesi di vantarsi per l’Università più antica del mondo.

Stenterello: E’ la maschera tipica di Firenze, magro, gracilino, (cresciuto di stenti) fa l’orafo/orologiaio al ponte Vecchio. Stando a contatto con la gente sa i fatti di tutti ed è sempre pronto a schierarsi per aiutare i più deboli contro le ingiustizie, salvo poi spaventarsi a morte per ogni scaramuccia causando il riso di tutti.

Gianduja: Galantuomo simpatico e dallo spirito godereccio, Gian  – d’la duja cioè Giovanni dal Boccale è la maschera tipica di Torino. E’ laborioso quando serve ma guarda il mondo con il distacco necessario seduto in una trattoria con il suo boccale di barbera.

Rugantino: Er bullo de Trastevere è la maschera della capitale. E’ un giovanotto arrogante e pretenzioso, svelto di lingua quanto di coltello, secondo alcune tradizioni poteva essere un gendarme, vista la sua mania di immischiarsi in qualsiasi situazione e volerla risolvere a tutti i costi.

L’Italia vanta il primato mondiale per numero di maschere e per caratterizzazione dei personaggi, con una media di 8 per ogni singola regione. Una ricchezza culturale unica che speriamo contiunui ad essere tramandata anche alle nuove generazioni.