di Anita Crestani. “Diario di un Giorno a Dobova”: reportage di una giornata trascorsa come volontario al confine sloveno-croato, in uno dei più grandi campi  di prima accoglienza. 

diario di un giorno a d

La “questione dei migranti” rappresenta oramai da mesi uno degli argomenti più attuali nella politica internazionale, tra i media e nella nostra quotidianità. Giorno dopo giorno assistiamo attoniti all’esodo di centinaia di migliaia di persone che lasciano le loro case, le loro terre, le loro vite e sono costrette a mettersi in marcia verso territori più sicuri, nella speranza di trovare un futuro migliore, o, per lo meno, un futuro nella nostra vecchia Europa.

La demagogia su questo argomento scende a grappoli, si dice tutto ed il contrario di tutto, si strumentalizza la questione cercando di portare nella sfera politica ed ideologica qualcosa che nella realtà lo è, sicuramente, dimenticando però troppo spesso le dinamiche ed i risvolti squisitamente, drammaticamente e solamente umani.

Stiamo parlando di persone, uomini e donne, bambini con un bagaglio culturale, un’ educazione, una storia, una famiglia, una vita. Persone esattamente come noi, né più e né meno. Contingenze esterne tuttora abbastanza sconosciute, almeno a chi scrive, hanno decretato la fine della loro esistenza per come essi l’hanno conosciuta fino ad oggi e hanno fatto sì che per loro iniziasse un cammino nuovo.

Mi sono sempre interessata al tema delle migrazioni, ho cercato di approfondire le questioni politiche ed economiche che stanno alla base del fenomeno, e mi sono sempre ritrovata impotente e sempre più confusa. Così, la settimana scorsa ho deciso con due amici di intraprendere un piccolo viaggio “sul campo” per cercare di vedere con i miei occhi ciò che la realtà tenta di farmi travisare, veicolando la mia informazione e la mia coscienza.

Siamo partiti venerdì sera alla volta di Lubiana ed abbiamo da lì raggiunto il campo di Dobova, al confine tra Slovenia e Croazia, centro nevralgico per l’accoglienza e per lo smistamento dei migranti e dei rifugiati che risalgono la cosiddetta “rotta balcanica”.

Il campo è uno dei più grandi e dei più organizzati: sono presenti Croce Rossa, Caritas, Protezione Civile e Slovenska Filantropija, la ONLUS finanziata recentemente dal governo sloveno per svolgere funzioni di assistenza ed aiuto. Questa organizzazione possiede un organico di personale retribuito, ma vive grazie all’intervento di volontari che si possono registrare per poter svolgere le mansioni organizzati in turni da otto ore.

Giunti al campo comprendiamo immediatamente la gravità della situazione: fili spinati delineano i suoi perimetri, militari sorvegliano l’ingresso e non lasciano entrare né uscire nessuno senza un accredito.

Il responsabile ci illustra il campo, suddiviso in diversi tendoni, adibiti a pronto soccorso, refettorio, dormitorio e distribuzione di indumenti. Ci spiega il lavoro che dovremo svolgere. Parla con la pacatezza e la chiarezza che contraddistinguono le persone che sono abituate a gestire frequentemente situazioni di emergenza.

Ci dice che ogni giorno il campo riceve un treno di circa ottocento-mille persone che provengono da Zagabria. Queste persone devono ricevere il supporto medico, un pasto, un kit di prima necessità (sapone, dentifricio, assorbenti e pannolini) e gli indumenti di cui necessitano.

Dopo circa mezz’ora arriva il primo autobus, con circa centocinquanta persone.

Visi schiacciati al finestrino ci guardano con un sorriso triste e pieno di speranza. Noi per tutta risposta indossiamo, come ci è stato prescritto, la mascherina riducendo così la nostra possibilità di contagio e con essa la mimica facciale.

Il primo compito che ci viene assegnato è quello di aiutarli a scendere dagli autobus, cercando di intervenire nel mantenere ordinate le file e di aiutare chi ha i bagagli troppo pesanti o gli anziani e i bambini che fanno fatica a causa dei gradini troppo alti.

Così l’impatto è immediato: siamo catapultati in una moltitudine di volti, di etnie e di storie. “Good morning! Welcome! Do you need a doctor? Someone is sick?” le frasi di circostanza che rivolgiamo. Lo sguardo invece è più sincero e non riesce a nascondere le tante, troppe emozioni che provoca la loro vista. L’empatia con altri esseri umani, la necessità di doversi proteggere, l’essere completamente attoniti.

Dopo questo iniziale compito veniamo assegnati alla distribuzione degli indumenti. Scorrono in fila ordinata lungo un bancone all’interno di una tenda, in un foglio A4 sono disegnati i vari capi e le varie taglie, loro devono indicarci ciò di cui necessitano e noi dobbiamo vedere tra le scorte di abiti second hand che provengono da donazioni private se riusciamo a trovare qualcosa che sia adeguato. La giornata ci trasforma così da volontari in un campo di rifugiati a commessi di un grande magazzino: niente di meglio per sondare le caratteristiche del carattere e della personalità degli esseri umani che sono dinnanzi a noi. Ci sono persone simpatiche ed antipatiche. Chi realmente necessita di un paio di scarpe perché le proprie sono davvero consunte, chi invece rifiuta una maglia perché non del colore che desidera. Chi ringrazia e chi si sente, nella sua condizione drammatica, in diritto di chiedere e di avere. Donne che non possono chiederci gli assorbenti perché se ne vergognano dinnanzi al marito, donne che non possono nemmeno parlare con noi, ma lasciano che sia il marito a stabilire di che cosa hanno bisogno e ad indicarcelo nel foglio. Bambini che piangono, bambini che ridono. Bambini che salgono sul bancone perché vogliono essere abbracciati. Ragazze che sembrano uscite da una rivista di moda e ci guardano con disprezzo perché le calze o la biancheria che offriamo loro non è abbastanza fashion.

Proviamo a fare del nostro meglio per trattare tutti in modo eguale, per stabilire dei parametri tecnico-scientifici per capire chi abbia davvero bisogno del nostro aiuto e chi no. Sentendoci intimamente molto male per questo: stiamo davvero parlando di vestiti, di seconda o terza mano, cose che noi scartiamo, e talvolta gettiamo addirittura nel pattume. Stiamo davvero decidendo se un essere umano meriti o meno una maglia in più. Del resto però non si può fare altrimenti: le scorte sono limitate, e per un errore di valutazione o per un eccesso di indulgenza, qualcuno, che ne ha davvero bisogno, potrebbe rimanere senza, morendo di freddo la notte successiva.

Troviamo però anche il tempo e un po’ di amore per aiutare una bambina a vestire la sua bambola, con una maglietta così piccola da essere inutilizzabile in altro modo. O a cercare per quanto poco di selezionare i vestiti migliori, o abbinare i colori nel limite del possibile: a me lì per lì è sembrato un gesto, minimo, di umanità.

Il turno scorre veloce, bombardati dalle mille informazioni e dalle cose da fare. Scende la notte a Dobova, la “boutique” chiude. Li aiutiamo a sistemarsi nel dormitorio per poter riposare alcune ore, in attesa dell’ennesimo treno che li porterà, a seconda dei loro passaporti, verso l’Austria e poi chissà, oppure indietro, verso la Croazia, e poi giù, e poi chissà.

Nessuno di noi sa dove siano dirette le ottocento ottanta persone che abbiamo incontrato a Dobova il 20 febbraio del 2016. Non sappiamo verso quale futuro tendano, non sappiamo quale sarà il loro destino. Probabilmente nessuno di loro raggiungerà l’Austria, visto che, recentemente, ha annunciato la chiusura dei confini, creando il cosiddetto “imbuto balcanico”. 

Noi salutiamo i nostri compagni di turno e facciamo ritorno alle nostre vite, con un sapore agrodolce in bocca, e qualcosa che assomiglia ad un peso che non se ne vuole più andare all’altezza dello stomaco.

 

Per chi fosse interessato le informazioni per svolgere il lavoro di volontario sono reperibili presso il sito:

www.filantropija.org