di Greta Crestani. Dopo la vittoria in fuga solitaria al traguardo di Risoul e l’impresa a Sant’Anna di Vinadio, il campione siciliano Vincenzo Nibali sfila per le vie di Torino con la maglia rosa, è il vincitore del 99esimo giro d’Italia.

nibaliIl sogno di vedere Nibali in rosa, si era presentato nell’immaginazione di molti appassionati già apprendendo della sua partecipazione alla 99esima edizione del Giro d’Italia e aveva preso forma sin dall’inizio della competizione, quando lo Squalo di Messina si era assestato in classifica a pochi secondi dalla maglia Rosa. Lo sconforto aveva avvolto i pessimisti, complice anche il clamore mediatico, quando, durante la tappa dell’alpe di Siusi, Nibali era stato rallentato non solo da un imprevisto meccanico, ma anche da una pedalata che certo non era consona ai suoi standard, o per lo meno agli standard a cui in questi anni ci aveva abituato.

La magia nel vederlo combattere due giorni fa quando con umiltà e determinazione è scattato sulle Alpi Marittime vincendo la tappa di Riosul, il suo pianto liberatorio su quell’asciugamano azzurro, quelle lacrime di forza che facevano solo presagire il grande recupero nella tappa di Sant’Anna,  e gli occhi sul cronometro fino a capire che era primo in classifica ci hanno fatto vivere la giornata di oggi in qualità di accompagnatori increduli e silenziosi della carovana del giro all’arrivo di Torino. E quando, all’inizio del circuito del centro storico è stato decretato il blocco del tempo in zona classifica, quando i telecronisti hanno annunciato che Nibali era ufficialmente maglia rosa, il paese intero ha tirato un sospiro di sollievo e ha cominciato a rendersi conto che il sogno di vedere Nibali vittorioso per la seconda volta al giro, era diventato realtà.

E guardando la gioia di questo campione a tutto tondo, che alza al cielo il trofeo senza fine, simbolo del giro d’Italia, nel quale sono incisi i nomi dei 99 vincitori della Corsa Rosa, è d’obbligo fare un tuffo nel passato e chiedersi perchè, rispetto a tanti altri sport e anche a tante altre competizioni di ciclismo, il giro sia l’unico a meritare un posto di favore nel cuore di tutti gli italiani. Forse perchè questa corsa è lo specchio della storia del nostro paese, forse perchè non devi andare allo stadio o al palazzetto, ti passa proprio sotto casa e anche se non sei un grande sportivo, sei curioso di quello che succede lì fuori e quindi ti affacci. Forse perchè è la fatica dipinta sul volto dei corridori che rispecchia la vita stessa di una popolazione che è molto più abituata a soffrire che a gioire.

Solo i veri appassionati fanno talvolta menzione di Luigi Ganna, il vincitore del primo giro d’Italia nel lontano 1909. 8 tappe da seguire senza radio, ma solo con dispacci telegrafici e un giornale che il giorno successivo ti aggiornava per sommi capi di ciò che era successo.  Molti di più ricordano forse Costante Girardengo, eroe indiscusso del primo dopoguerra, quando si correva per rabbia e per amore, reso celebre dalla canzone di Francesco De Gregori e dalla fiction rai.  Tutti sanno chi sono Coppi e Bartali perchè è lì che il giro diviene pregno di simbologia, diventa il riscatto di una nazione che ha lottato e sofferto troppo e che ha ancora voglia di credere in qualcosa.  I due fenomeni dividono e uniscono il paese, la storia si intreccia alla leggenda e tutti si domandano ancora chi abbia passato la borraccia.

Il giro degli anni del boom era sentimento di rinascita ma anche tentativo di recuperare un’identità culturale che la guerra sembrava avere cancellato. Poi arrivarono gli anni 60 e 70, la prepotenza di Merkx e la caparbietà di Felice Gimondi. Assieme a loro arrivarono anche le dirette televisive destinate a cambiare per sempre il modo di percepire il ciclismo. E così via, piano piano fino ai giorni nostri, passando per Chiappucci, Moser, Indurain, Bugno e poi Pantani, la grande ferita, il grande imbroglio, il punto di rottura. Una di quelle pagine che si vorrebbero cancellare dagli annali tanto rapidamente la gioia si è trasformata in disillusione, disperazione, negazionismo totale verso le emozioni sportive.

Certo il ciclismo è forse lo sport che è stato pugnalato e ferito a morte più di tutti gli altri, è una disciplina in cui il limite tra lecito ed illecito è talmente sottile da confondere anche il più esperto tra di noi. E allora restano solo due strade. O abbandonare la tua passione, promettendo a te stesso di non guardare mai più uno sport, oppure accettare questi due assiomi come pensiero guida : Il primo è che una passione è tale proprio perchè razionalmente non si può governare. Il secondo è che qualsiasi cosa costruita dagli uomini è inevitabilmente soggetta ad errori e così è anche il ciclismo.

Ma se anche quest’anno, la voglia di gioire con Vincenzo Nibali è stata più forte, più liberatoria, più curativa dei mali della nostra società rispetto a tutte le incertezze e tutte le polemiche allora significa che a distanza di 99 anni il giro è ancora quel grande miracolo dell’Italia e che Nibali, questo campione con il cuore d’oro e i vestiti rosa è il nostro portafortuna.