di Marina Ranucci. Redazioni attaccate a colpi di granata in Burundi, cronisti licenziati per un tweet in Turchia, blogger condannati a frustate in piazza e dure pene detentive in Arabia Saudita, campi militari per la rieducazione dei reporter in Thailandia. Sono soltanto alcuni dei metodi che ogni giorno nel mondo sono utilizzati per “silenziare” il giornalismo scomodo. L’agghiacciante classifica 2016 sulla libertà di stampa di Reporters sans frontières (Rsf) vede l’Italia al 77° posto su 180.

Libertà di stampaIl duro mestiere di scrivere e di sopportare violenze e soprusi. L’ultima classifica sulla libertà di stampa nel mondo di Reporters sans frontières (Rsf) dipinge uno scenario agghiacciante che fa da sfondo al mondo dell’informazione.

“Un anno eccezionale per la censura” è il titolo provocatorio dell’ultima campagna pubblicitaria a sostegno di tale classifica, così come le vignette pubblicate sul portale di Rsf che ritraggono 12 leader della Terra che sfilano con un calice in mano, tra i quali il russo Vladimir Putin e l’egiziano Abdel Fattah al-Sisi, che celebrerebbero la loro vittoria sui giornalisti scomodi.

Secondo il rapporto, nell’ultimo anno vi sarebbero state redazioni attaccate a colpi di granata in Burundi, cronisti licenziati per un tweet in Turchia, blogger condannati a frustate in piazza e dure pene detentive in Arabia Saudita, e campi militari per la rieducazione dei reporter in Thailandia. Addirittura, secondo l’organizzazione non governativa Reporter senza frontiere, i giornalisti uccisi sarebbero stati 110.

Gli ultimi dati riportano anche come l’Italia nel 2016 abbia perso ben quattro posizioni nella classifica sulla libertà si stampa, scendendo dal 73esimo posto (2015) al 77esimo su un totale di 180 Paesi. Peggio nell’Unione Europea c’è solo la Grecia. Spiccano invece, molti Stati meno sviluppati economicamente, come il Ghana (26esimo), il Burkina Faso (42esimo), Haiti (53esimo), la Serbia (59esimo), il Senegal (65esimo), o la Tanzania (71esimo).

In particolare, il rapporto denuncia «il livello molto inquietante di violenze perpetrate contro i giornalisti, con intimidazioni verbali o fisiche, ed anche minacce di morte». In Italia invece «quelli che indagano sulla corruzione o il crimine organizzato sono i primi a finire nel mirino». Nel report è citato anche lo Stato del Vaticano, dove «è la giustizia che se la prende con la stampa, nel contesto degli scandali Vatileaks e Vatileaks 2».

Ultima su tutti i Paesi l’Eritrea al numero 180 su 180, ma Rsf punterebbe soprattutto il dito contro i 12 leader del mondo, tra cui Xi Jinping in Cina, Nicolas Maduro in Venezuela, e Kim Jong Un in Corea del Nord, come coloro che avrebbero messo il bavaglio alla stampa nazionale, impedendo ai cronisti «di esercitare la loro professioni in libertà e indipendenza».

Ed i metodi per “silenziare” l’informazione scomoda sarebbero diversi. Dalla censura, al controllo dell’informazione da parte dei grandi apparati di propaganda, ed il controllo delle ideologie, «in particolare il radicalismo religioso».

Infine, anche i monopoli: «Ovunque nel mondo – conclude il report Rsf – gli oligarchi acquistano i media ed esercitano pressioni che si affiancano a quelle degli Stati, spesso complici dei grandi gruppi».