di Marina Ranucci e Claudia Passanante.  Gli scienziati della Katholieke Universiteit (KU) di Lovanio in Belgio, e del Leibniz Institute per la neurobiologia di Magdeburgo in Germania, hanno scoperto che la disattivazione di un singolo gene è sufficiente a cancellare la memoria associativa pre-acquisita o indotta durante le prove di apprendimento spegnendo il gene della neuroplastina.

Se mi lasci ti cancelloIl film “Se mi lasci di cancello” dove Jim Carrey cercava di dimenticare l’amore perduto sembrerebbe essere il precursore del recente esperimento della Katholieke Universiteit (KU) di Lovanio in Belgio, e del Leibniz Institute di Magdeburgo in Germania, pubblicato sulla Biological Psychiatry.

Infatti gli scienziati hanno studiato un gene finora affrontato da pochi gruppi nel mondo, ma ritenuto molto importante per la plasticità cerebrale, ovvero la neuroplastina, applicando con successo nei roditori-cavia una tecnica di “switch genetico” sulla porzione di DNA che codifica tale gene.

La disattivazione di questo singolo gene sarebbe stata sufficiente a cancellare la memoria associativa pre-acquisita o indotta durante le prove di apprendimento dei roditori utilizzati nella ricerca. Detlef Balschun del Laboratorio di psicologia biologica della KU di Lovanio ha commentato: «Spegnere il gene della neuroplastina ha avuto un impatto sul comportamento dei topi, interferendo con la comunicazione tra le loro cellule cerebrali. Misurando i segnali elettrici nel cervello degli animali geneticamente modificati, sono stati rilevati chiari deficit nel meccanismo cellulare usato per memorizzare i ricordi, con cambiamenti visibili anche a livello dei singoli neuroni».

Ovviamente si tratta ancora di una ricerca base, ma già qualche anno fa una ricerca della John Hopkins University aveva aperto prospettive concrete sulla nascita di farmaci in grado di combattere i disturbi da stress post-traumatico. L’intento era di inibire in modo transitorio i geni associati a un determinato ricordo, promettendo di curare fobie e disturbi da stress post-traumatico.

I ricercatori avevano studiato una proteina che si trova nell’amigdala, l’area cerebrale responsabile, tra l’altro, del condizionamento alla paura. Ricerche di questo tipo tuttavia prono la strada allo studio di farmaci usati per manipolare la memoria, un settore che spesso genera timori, ma che potrebbero aiutare milioni di persone che soffrono di disordine da stress post-traumatico dopo un’esperienza straziante o un incidente beneficiando, non solo di psicofarmaci che possono liberare il cervello dai brutti ricordi, ma anche di una vera e propria “cura” genetica.

Ma siamo sicuri che l’unica strada possibile per “guarire” da una sofferenza sia quella di evitare il dolore? E soprattutto, perché il dolore paralizza a tal punto da avere l’esigenza di cancellarlo dai nostri ricordi?

La naturalezza dell’ “evitamento” del dolore è una componente funzionale al mantenimento dell’equilibrio di un individuo, ma l’evitamento eccessivo può essere causa di una sofferenza maggiore.

Quando ci troviamo in una situazione che fa stare male siamo concentrati, con una visione a senso unico, solo su ciò che fa soffrire e il nostro unico desiderio è cercare di trovare una soluzione nel tempo più breve possibile per “scappare” a questa sofferenza in modo da sentire meno male possibile; questo spiega il perché si va alla ricerca di soluzioni rapide pensando che siano le più efficaci, come anestetizzare il dolore attraverso l’uso di un farmaco che inibisce temporaneamente la nostra sensazione di malessere, ma ciò purtroppo è solo un banale effetto tampone e non basta assolutamente per guarire da una sofferenza, inoltre rischia di confermare la nostra incapacità nella risoluzione di problemi spingendoci continuamente a cercare degli “appigli all’esterno” con il rischio di creare una sorta di dipendenza disfunzionale a discapito della coltivazione della nostra capacità personale: il risultato è l’indebolimento della persona e l’alimentazione di un circolo vizioso invece che la sua interruzione con il rischio, appunto, di aggravare la situazione.

Si dice che uno dei dolori più grandi riguarda la fratturazione delle ossa, quando ad esempio ci si rompe un braccio o una gamba il dolore che si prova è molto forte, ci vengono somministrati degli antidolorifici ma non bastano per rimettere l’osso nella giusta posizione e farlo sistemare! L‘effetto del farmaco è fondamentale per ridurre il dolore, ma non basta per risolvere un problema! La situazione ottimale si crea con l’integrazione di entrambe le componenti.

Il dolore, se visto da un altro punto di vista, è un’occasione di crescita personale molto importante in quanto ci aiuta ad “imparare a danzare sotto la pioggia” e non a subire le circostante. Sentirsi artefici del proprio destino e imparare a trovare soluzioni funzionali è fondamentale per cambiare la propria posizione rispetto alla situazione che crea malessere ed invece che essere vittime del dolore si ha l’occasione di poter diventare artefici di un sano e solido cambiamento!

Il dolore che si prova nel fallimento di una relazione sentimentale è molto forte in quanto l’uomo è un essere sociale ed il crearsi il proprio nucleo relazionale è di fondamentale importanza, perciò quando un rapporto di coppia termina si attraversa sempre un momento doloroso in cui tutto sembra perduto, ma bisogna cercare di essere come il fiore di loto, simbolo di rinascita, che  nonostante nasca dal fango è uno dei fiori più belli del mondo!

Bisogna imparare ad ascoltare il proprio dolore perché solo sentendolo riusciamo a capire dove e come possiamo agire per dominarlo invece che esserne dominati!