Per quanto il genere non sia molto apprezzato o comunque non preso poi così seriamente, i film che hanno come argomento “gli alieni” sono film importanti. In un certo modo ci spiegano come il mondo vede qualcun altro da noi, come reagisce all’entrata in scena di un “diverso”. “Qual è il vostro scopo sulla terra?” (qui a casa nostra?), è la domanda che viene sempre rivolta.

Il “diverso” è sempre temuto. In alcuni casi viene combattuto (Indipendence Day), altre volte emarginato (District 9), raramente si cerca di comprenderlo, e se lo si fa le nostre buone intenzioni saranno sicuramente distrutte da un intervento alieno opposto.

In Arrival si tenta un approccio già sperimentato prima (ad esempio con Incontri ravvicinati del terzo tipo), ma diverso sotto molti aspetti: il dialogo. Per farlo, viene reclutata la linguista Louise Banks (Amy Adams), che con l’aiuto del fisico teorico Ian Donnelly (Jeremy Renner), interpreterà le intenzioni degli ospiti sul pianeta Terra. Il mondo è in preda al caos per queste visite inattese (le navicelle spaziali in totale sono 12), gli studiosi dei vari Stati si tengono in contatto tra di loro, in una rete di collaborazione vitale per le sorti terrestri. Louise, contrapposta al volere dominante, che vorrebbe attaccare anziché comunicare, tenta di mettersi in contatto con gli alieni utilizzando la forma che è alla base della civiltà umana: il linguaggio. Per capire gli alieni e non cadere in fraintendimenti di alcuna sorta, Louise organizza delle vere e proprie sessioni di lingua, arrivando a una comprensione reciproca che permette alle due specie di comunicare in armonia. Qualsiasi altra informazione sulla trama del film d’ora in avanti sarebbe un’anticipazione crudele, svelerebbe troppo.

Nonostante alcuni – pochi – risvolti narrativi non del tutto apprezzabili, Arrival è un film che va visto, perché profondo, intimamente pregno di significato, toccante. È un film che spinge a riflettere su cosa significa realmente creare un contatto con l’altro, sull’importanza della condivisione e della collaborazione, su come si dovrebbe comunicare con l’altro da noi, e Louise ce lo insegna bene quando si presenta agli alieni mostrando il pannello con su scritto a lettere maiuscolo: HUMAN, “io sono umana”, continua, battendo il palmo della mano sul petto, terrorizzata ma spinta da quello che è sempre l’istinto di ogni uomo di fronte all’ignoto: il desiderio di conoscere.

Arrival è un film bellissimo nonostante sia imperfetto perché oltre a rispondere alla domanda “Qual è il vostro scopo sulla Terra?”, attraverso la storia di Louise tenta di dare la risposta a qual è il nostro scopo sulla Terra.

 

Arrival, Denis Villeneuve, 2016.
di Claudia D’Angelo